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Casu Friddu

24 Marzo 2014, 15:31pm

Pubblicato da Lucia Tilde Ingrosso

Racconto noir ambientato a Campi Salentina

Pubblicato sul Inchiostro di Puglia: www.inchiostrodipuglia.it

Nell'aria immobile della controra di un giorno d'estate a Campi Salentina, il giovane carabiniere Paolini riceve la telefonata del testimone oculare di un omicidio. Un omicidio che al suo superiore Cardascia ricorda un caso di vent'anni prima. In un paesino come Campi non capita tutti i giorni di avere a che fare con crimini del genere. Chi è la ragazza morta sulle "terrazze"? Cosa ha visto davvero il professor Maci? Cardascia si trova a fare i conti con un passato che aveva quasi dimenticato. Lucia Tilde Ingrosso tesse un giallo nostrano: indagini imperfette ed una soluzione affidata al tempo.
Buona Lettura! >

Campi Salentina, 15 Km a nord-ovest da Lecce, a metà strada fra Ionio e Adriatico, più vicina a Tunisi che a Milano. Mercoledì 17 agosto, le tre del pomeriggio. Il termometro fisso sui 45 gradi all’ombra. Asfalto molle, strade deserte, silenzio da catastrofe naturale.
Per fortuna che l’aria condizionata l’avevano appena riparata. Poi squillò il telefono a incrinare l’immobilismo della controra.
Rispose Paolini, 25 anni, appena arrivato da Bastia Umbra.
«Prondo
Cardascia sollevò un sopracciglio, sale e pepe al pari del resto della peluria.
Paolini arrossì. E subito dopo assicurò «Arriviamo!»
«Un omicidio» spiegò al suo superiore. E intanto tremava.
In quel paesone di case bianche dell’entroterra salentino ci era arrivato quasi per punizione. Gliene avevano parlato malissimo e invece lui si era trovato bene: il mare vicino, l’olio buono, le belle ragazze. Nulla di cruento, in quei due mesi. Pareva quasi impossibile credere a una Campi al centro dei regolamenti di conti della Sacra corona unita, negli anni Novanta.
«Omicidio?» Cardascia gli rimbalzò la parola, senza fare neanche il verso di alzarsi dalla sedia. Aveva 54 anni, di cui più di trenta passati nei carabinieri.
«Sì. Ha chiamato un testimone oculare. Ha parlato di una ragazza nuda... accoltellata su un tetto».
Malgrado il caldo, Cardascia rabbrividì. Poi scattò in piedi e: «Presto!»
Erano passati vent’anni. Un’altra estate torrida. La ragazza era appena maggiorenne. Ora, forse, sarebbe stata moglie e madre. Se qualcuno, allora, non l’avesse sgozzata in mezzo ai panni stesi.
L’auto filava veloce. Niente sirena: in giro non c’era nessuno da far spostare e il rumore avrebbe disturbato il sonno di onesti cittadini. Arrivarono in un pugno di minuti. Suonarono. La porta si aprì.
«Professore!» esclamò Cardascia.
Tommaso Maci, maestro elementare ormai in pensione, era quel che si dice una brava persona. Si era sposato giovane con Anna Bianco, ’na bona vagnona. Di figli non ne erano arrivati. Coppia unitissima: sempre insieme in chiesa la domenica e alla festa di san Pompilio. Lei era morta due anni prima. Da allora, il professore – come lo chiamavano in paese - non era stato più in sé. Il gran dolore, avevano pensato tutti. L’Alzheimer, avevano diagnosticato i medici. Una forma precoce, a poco più di sessant’anni, ma tant’è.
«Venite: la sta ammazzando!» esclamò l’uomo. Aveva radi capelli ondulati troppo lunghi per la sua età, una camicia bianca lisa e macchiata, il viso solcato da venuzze rosse.
«Si calmi» lo invitò Cardascia.
«Andiamo!» esclamò invece Paolini.
«Nu a capitu nienti!» gli ringhiò Cardascia. Poi gli fece segno che l’uomo sragionava. Ma quello insisteva, battendo il piede e indicando il retro.
«Assecondiamolo» sussurrò alla fine Cardascia.
I tre uomini attraversarono una casa fresca e buia, piena di tavolini polverosi, cuscini fiorati e foto di persone che non c’erano più. In una, loro due: Anna scarna e felice, Tommaso con baffetti spavaldi.
Poi uscirono nel giardino. Muri di calce, luce accecante, qualche pianta assetata. Il maestro in pensione imboccò di slancio le scale che portavano “alle terrazze”.
Una volta lì, Cardascia fissò l’orizzonte. Divisa in basso da porte e muretti, la città in alto era unita dai tetti. Si passava da uno all’altro, agevolmente. Lui stesso ricordava di averlo fatto più volte, da ragazzo, quando aveva dimenticato le chiavi.
«Là».
Il più giovane vide solo i tetti della casa accanto.
Il più vecchio vide altro, con gli occhi della memoria. All’epoca era già carabiniere, ma nel comando di Lecce. Del delitto, però, se ne era parlato parecchio. La bella ragazza in topless, l’asciugamano colorato e poi uno di quei cartoni riflettenti per abbronzarsi di più. Poi dettagli: occhiali da sole, un libro. La gola squarciata. Era stata uccisa nel sonno, o nel torpore. Qualcuno si era avvicinato di soppiatto, con un coltello.
«Eccolo, è là, lo vedete?» il maestro Maci indicò il punto esatto in cui “la milanese” era stata giustiziata, vent’anni prima.
«Io non vedo niende»puntualizzò Paolini.
Anche allora nessuno aveva visto né sentito niente. Tutti riposavano, in giro neanche una mosca.
La ragazza viveva a Milano e passava lì le vacanze a casa di una zia (quel pomeriggio in visita a una parente). Aveva fama di essere un tipo piuttosto disinvolto. na bella fruscula si diceva in paese. All’epoca erano stati sospettati, interrogati e scagionati il cugino e un paio di filarini, tra Campi e Squinzano. Tutti i vicini erano stati sentiti come possibili testimoni.
Tra di loro, anche il maestro Maci. Aveva detto che stava facendo la sua solita pennichella e la moglie aveva confermato. E aveva aggiunto: «Io non mi permetto, ma nei giorni prima, da queste parti, si erano visti degli albanesi...»
Di loro si erano perse le tracce prima che i carabinieri potessero interrogarli. Per la maggior parte dei campioti, la milanese era stata ammazzata proprio da quei furastieri.
Il maestro Maci sgranò gli occhi. Poi sembrò tornare in sé.
«Scusatemi. Non c’è niente là».
«Sarà colpa del caldo» buttò là Paolini, per smorzare l’imbarazzo.
«Già, lo stesso caldo di allora. Un caldo da strapparsi la pelle di dosso» mormorò il maestro. Improvvisamente malfermo sulle gambe, si appoggiò ai due, per scendere le scale.
La frescura della casa portò loro un immediato sollievo.
«Perdonatemi: è questa malattia maledetta. Un po’sono qui e un po’ chissà...»
Cardascia sospirò: sua suocera era stata uccisa dall’Alzheimer. Non che fosse morta, non ancora. Però, come diceva Maci, era altrove.
Una teoria voleva che i malati tornassero a un’età in cui erano stati felici. E se quell’età era precedente alla nascita dei figli, neanche li riconoscevano. Così era capitato alla suocera, che ora la figlia la chiamava mamma.
Cardascia non raccolse e ripensò alla “visione” di Maci. Forse aveva davvero visto qualcosa, dopo tutto. E ora la malattia glielo stava riportando alla memoria.
«Professore, ma lei ha visto chi ha ucciso la stria
«Chi, la milanese?»
Cardascia annuì e aspettò.
«Sì, l’ho visto».
«Era un uomo?»
Maci fece segno di sì con la testa.
«Ce lo descrive?»
L’anziano scosse la testa. «Non saprei da dove cominciare, con le parole. Ma con il disegno sono rimasto bravino. Il medico quasi non ci crede a come tengo ancora la penna. A scuola facevo fare tanti disegni ai miei bambini».
La mano cominciò subito a correre veloce sul foglio bianco, abbozzando una forma con la biro nera.
Paolini e Cardascia erano muti, alle sue spalle. Piano piano, il volto emerse. Era quello di un uomo con capelli ricci disciplinati dal gel, occhi scuri e baffi sottili.
Cardascia escluse subito i sospettati d’allora. Quello nel disegno non era un ragazzo: aveva almeno quarant’anni.
Poi i due capirono.
«E’ un autoritratto» sussurrò il ragazzo, all’orecchio del suo superiore.
Cardascia assentì, e chiese a Maci: «Dove ha visto quel volto, professore?»
L’indice si alzò, tremante, in direzione della casa accanto.
«Laggiù».
Oltre i muri spessi, la scena di allora riprendeva di nuovo vita, nei loro occhi.
I due carabinieri si scambiarono uno sguardo muto.
«Perché lo ha fatto?» gli chiese allora Cardascia.
Come se la domanda lo avesse svuotato dalle sue ultime energie, Maci si lasciò cadere su una sedia. Fu allora che Cardascia provò una grande rabbia. Non solo per quello che Maci aveva fatto allora. Ma perché considerasse la sua età più felice – e forse la sua memoria più dolce – quella in cui aveva massacrato la milanese.
Forse non ne condivideva i comportamenti leggeri. Forse ci aveva provato con lei e ne era stato respinto. Quello non lo avrebbero probabilmente mai saputo. Ma, tutto sommato, era un dettaglio.
Qualche ora dopo, quando la vicenda si trovava nel pieno del suo clamore, Paolini si affacciò nell’ufficio del suo capo.
«Ha un momendo
Nonostante il casino, Cardascia sorrise: trovava quell’accento divertente.
«’ieni, trasi» lo invitò allora. Giocava in casa e poteva permettersi di parlare come cazzo
voleva, lui.
«Capirei la confessione, ma perché fingersi un testimone del delitto che ha commesso lui?»
Cardascia, in principio, si limitò a un piccolo sospiro: il ragazzo non era intuitivo, ma compensava con lo scrupolo. Tra i vari mix, quello non era dei peggiori.
«Ma lui non ha fatto finta!»
Paolini scosse la testa. «Ma è assurdo: come fa ad aver visto se stesso che uccideva la ragazza?»
Aveva un vantaggio, Cardascia, conosceva la scena del crimine.
Quindi volle mettere Paolini al suo livello. E gli raccontò che cosa venne trovato sul tetto accanto alla ragazza accoltellata. Nessuna traccia dell’arma, ma vari oggetti. E Paolini ancora non ci arrivava.
«Non hai capito qual è la chiave di tutto?» gli domandò alla fine Cardascia, con un italiano da telefilm poliziesco.
Paolini sospirò e scosse ancora la testa. E poi tentò: «Tracce di Dna?»
Cardascia sbuffò. «All’epoca non si parlava di Dna. All’epoca i casi si risolvevano con le indagini e la logica!»
Breve silenzio, tra i due.
«Il cartone argentato» rivelò Cardascia.
«Eh?»
«Massì, quello che la ragazza usava per abbronzarsi più velocemente».
Paolini incurvò le labbra a manifestare una totale ignoranza.
«Non va più di moda fra voi ragazzi? Forse oggi si usa solo per non far riscaldare la macchina».
Un lampo di comprensione illuminò il volto di Paolini.
«Capisci? Maci si è avvicinato alla ragazza per ucciderla e si è visto riflesso in quel cartone. Poi l’ha uccisa. Nel tempo, la malattia – e forse anche il rimorso – ha riportato a galla quel ricordo, e quell’immagine».
«Questo vuol dire che magari, mentre faceva quell’identikit, non si rendeva conto di incolpare se stesso?»
Cardascia annuì.
«Che storia. Vado subito a scriverlo su Twitter!»
Cardascia cercò di fermarlo. Ma era tardi. Per Twitter e per molto altro.

Fine.

Casu Friddu
Casu Friddu

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W I PAPA'

19 Marzo 2014, 15:06pm

Pubblicato da Lucia Tilde Ingrosso

In occasione della festa del papà (ruolo sempre più importante!) due spunti ad hoc per i genitori maschi, tratti dal libro "101 cose da fare in gravidanza e prima di diventare genitori", scritto con Giuliano Pavone ed edito da Newton Compton.

Per lui: sarai papà? Reagisci come lei si aspetterebbe (va bene anche recitare)

A volte non riuscire a comunicare le proprie emozioni ha i suoi bravi vantaggi. Mettiamo appunto il caso che hai appena saputo dalla tua partner che diventerai padre. Nel tuo occhio fisso e lucido, nella tua postura goffa ed incerta, lei legge felicità e commozione; nel tuo silenzio immagina la prefigurazione di radiosi progetti futuri a tre: le recite a scuola, il matrimonio, diventare nonni… In realtà tu stai vedendo sfilare davanti a te in un attimo tutta la tua vita passata, come si dice accada a chi è sul punto di morire. E in un certo senso stai morendo: sta morendo quel poco di te scapolo che ancora era sopravvissuto al matrimonio o alla convivenza. Come nei titoli di coda di un film, scorrono al ritmo di una musica malinconica notti brave, “zingarate” con gli amici, serate al pub, tornei di calcio e trasferte al seguito della squadra del cuore. Ma lo scoramento dura poco, solo il tempo di realizzare che l’ultimo arrivato più che un nemico del tuo perdurante infantilismo potrebbe esserne un alleato: quale moglie/mamma potrà mai ribellarsi se il marito/papà si presenta a casa con una playstation di ultima generazione («È per il piccolo, ovvio»)? E chi non si intenerirebbe nel vedere un uomo grande e grosso alle prese con trenini e automobili telecomandate («Preferirei andare alla riunione di condominio, ma mi devo sacrificare...»)? E così via, immaginando la prima volta al cinema a vedere i film di animazione, al luna park, allo stadio. L’eventualità che l’erede sia femmina o che comunque mostri gusti diversi da quelli di suo padre, in questo momento non è nemmeno presa in considerazione.

Da papà in pectore non puoi fare a meno di considerare quell’ovulo appena fecondato come una perfetta copia in miniatura di te stesso. Così, quando, dopo un lungo silenzio, proromperai in un «È bellissimo!», lei avrà la conferma di aver concepito un figlio con un uomo meraviglioso, senza sospettare lontanamente che tu ti riferisca all’ultimo lungometraggio Pixar.

Per lui: la tua opinione non è richiesta

Durante la gravidanza le donne parlano sempre. «Qual è la novità?», dirai. Intendo dire ancora più del solito. Per contro, gli uomini non parlano mai (cioè ancora meno del solito). Non è solo una questione di impossibilità materiale dettata dal fatto che l’etere è già saturo delle onde sonore del “sesso debole”. La cosa dipende anche dagli argomenti di conversazione.

Quando si parla di linea nigra o scompensi ormonali, non è contemplato che un uomo partecipi alla discussione. O meglio, gli è richiesta solo una partecipazione passiva. Il ruolo dell’uomo è semplicemente quello di ascoltare e dare sempre ragione, annuire in modo rassicurante a qualsiasi incomprensibile baggianata gli venga confidata. Un compito che potrebbe essere tranquillamente portato a termine anche da un picchio di legno, di quelli che vanno su e giù con un moto perpetuo.

Tutto questo a qualcuno potrebbe sembrare ingiusto, ingenerare perfino il sospetto di discriminazione. «Perché ci trattate come dei deficienti?», potremmo legittimamente dire. «Perché ci tenete fuori da una vicenda che ci riguarda da vicino? In fondo è anche nostro figlio, no?» (Domanda quest’ultima meno retorica di quanto possa sembrare, visto che Mater semper certa est, mentre sul pater aleggia da sempre un imbarazzato silenzio…).

In realtà questa esclusione dovrebbe solo renderci felici. Siamo sinceri. Ci trattano da deficienti perché su questi argomenti siamo dei deficienti. È più forte di noi, non ci capiamo niente. Certe espressioni, come ovulazione o placenta previa, ci suonano misteriose come formule sciamaniche, altre ancora ci fanno sentire a disagio. Diciamo la verità, se maggiorenni e vaccinati come siamo ci capita ancora di arrossire o distogliere l’attenzione quando sentiamo parlare di mestruazioni, cosa possiamo pretendere quando il gioco (e l’utero) si fa duro? La verità è che dovremmo essere contenti di rimanere nella nostra beata ignoranza, senza nessuno che ci chieda pareri che non siamo in grado di dare, liberi di mantenere nei confronti dell’universo femminile quell’atteggiamento semplicistico e superstizioso che dai tempi della cicogna e dei cavoli non si è evoluto poi tanto. Noi il nostro l’abbiamo fatto, ora non ci resta che aspettare per nove mesi che il miracolo della nascita si compia. Se ci volete, siamo di là che leggiamo la Gazzetta dello Sport.

Eppure molti di noi preferiscono complicarsi la vita. Sull’onda di un malinteso senso paritario, impazienti di mostrarsi moderni, democratici e consapevoli, non accettano di restare con le mani in mano e decidono di “scendere in campo”. Traboccanti di buone intenzioni si presentano al cospetto della futura mamma, meglio se in abbondante compagnia (“così le faccio fare bella figura”, pensano i decerebrati) e con tono compreso sparano una bestialità al di là del bene e del male. Perdendo così quel poco di considerazione residua di cui eventualmente ancora godevano.

W I PAPA'

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