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UNA DONNA PER AMICO

26 Febbraio 2014, 11:38am

Pubblicato da Lucia Tilde Ingrosso

La domanda è un grande classico che popola da sempre i rapporti interpersonali: può esistere l’amicizia fra uomo e donna? La risposta è evidentemente sì, per amicizie “normali”. Ma diventa no per quelle amicizie profonde, esclusive, durature. Se un uomo e una donna si piacciono, si vogliono bene, hanno tante cose di cui parlare e passano un sacco di tempo insieme, possibile che almeno uno dei due non ci abbia fatto un “pensierino”?

La nostra storia si svolge in una Puglia solare e pittoresca tutta centri storici, balconi fioriti, muretti a secco e mari cristallini (riprese fra Lecce, Trani, Otranto e Poggiardo, con il coinvolgimento dell’Apulia film commission). Il protagonista è Francesco (Fabio De Luigi) un avvocato single (è divorziato) sui 40. Sua amica del cuore è la sventata Claudia (Laetitia Casta), mezza francese, richiamata lì da una sorellastra ex tossica (Valeria Solarino). La loro vita procede allegra e disimpegnata, finché Claudia conosce il bel tenebroso Giovanni (Adriano Giannini).

Pochi giorni dopo, Francesco si sente chiedere da Claudia: «Mi sposi?» Lui è giustamente perplesso. Poi lei precisa: «Sì, visto che sei anche consigliere comunale…» E così Francesco sposa Claudia, ma nel senso che celebra le sue nozze, precipitose, con Giovanni. Poco dopo, inizia a frequentare una collega, Lia (Valentina Lodovini).

Nel raccontare la trama possiamo fermarci qui, perché la storia è ancora lunga e la trama ricca di intrecci, vicende e personaggi.

Di questo film ci piace dire che è una commedia gradevole e riuscita, divertente ma non scontata. Gli attori sono tutti bravi, dai protagonisti ai comprimari (simpatiche, ma non essenziali, Geppi Cucciari e Monica Scattini). In ruoli minori, ci sono anche Flavio Montrucchio e Antonia Liskova. A dirigere la pellicola con mano sicura è il veterano Giovani Veronesi (quello dei Manuale d’amore, per capirsi, che ha sceneggiato molti dei film dei “maledetti toscani” Nuti, Ceccherini e Pieraccioni).

Superfluo, forse, il finalino (la morale, se ce n’è una, era già chiara scene prima).

Ma il film è da vedere, per fare due risate e vedere bei posti. Magari con a fianco l’amico/a del cuore!

UNA DONNA PER AMICO
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Anche i gatti ridono

20 Febbraio 2014, 18:30pm

Pubblicato da Lucia Tilde Ingrosso

Si svegliò, ma non del tutto. La testa pesante, gli occhi appiccicosi, la mente annebbiata.

Pensieri. Sfuggenti come farfalle, neri come ali di corvi.

Dov’era? Ci mise interminabili attimi a capire dove si trovava. La poca luce filtrava dalle ferite della tapparella abbassata. Lì, a nord. Era nel suo letto. Nel loro letto. Da solo.

L’assenza di Sara lo travolse, con tutta la forza di un colpo a tradimento. Prima di sentirlo con i sensi lo sentiva col cuore che lei non era lì. Non più. Mai più. Il perché, tuttavia, al momento gli sfuggiva. Tutte le ragioni e i ricordi sembravano aleggiare in un universo indistinto di colori accecanti e sapori speziati.

Aveva bevuto troppo. Questo era il punto. E Sara, esasperata, se ne era andata.

Poff! La gatta Melissa gli fu sulla pancia con un balzo. Il suo miagolio disperato significava che non mangiava da ore. Si allarmò. Qualcosa di strano era successo. Ma lui non riusciva proprio a mettere a fuoco i ricordi. Provò ad alzarsi, ma non ce la fece. Le forze lo abbandonarono, spossato, fra i cuscini scomposti.

“Perché?”, il grido di lei lacerò il silenzio. Della sua mente. Un aggancio dal passato. Era stata lei a gridargli quell’inquietante domanda. Ma quando e per quale motivo?

Lampi sparpagliati, immagini roteanti, come migliaia di dadi lanciati su un tappeto verde.

Una schiena femminile. Nuda, perfetta.

Un lungo bacio che sapeva di peccato e di mistero.

Una porta aperta piano... Shhh... Al di là...

Già, cosa c’era dietro quella porta?

Melissa miagolò più forte, in modo doloroso, innaturale. Forse aveva solo fame. Più probabilmente voleva esprimere il suo rancoroso dissenso.

Perché?

D’improvviso, in arrivo dal passato, una visione agghiacciante lo sconvolse. Prima una panoramica, dall’alto, della loro stanza da bagno. In sottofondo il rumore dell’acqua che scrosciava dal rubinetto aperto. La vasca, ormai piena, cominciava a debordare. Ma, su tutto, un particolare stonato: il colore dell’acqua. Rosso. Era sangue, senza dubbio.

Di chi era quel sangue? Tentò di esplorare il suo corpo nella penombra, alla ricerca di tracce rivelatrici e ferite eloquenti. Ma nulla. Seppure intontito e poco lucido, sentiva di stare bene. E allora?

Un’ondata di paura lo travolse: Sara. Doveva alzarsi, doveva andare a vedere, doveva capire. Qualsiasi fosse il responso, qualsiasi fosse la verità.

Tentò di sollevarsi, ma invano. Il suo corpo non sembrava voler rispondere. Puntò forte i gomiti e cercò di imprimere alla spinta che ne seguì tutta la sua energia. Il risultato fu modesto, ma incoraggiante. Almeno ora era seduto.

Questa nuova posizione gli permise di vedere la radiosveglia appoggiata sul comodino. Ma era girata e così allungò la mano per spostarla. Bastò quel tocco e la radiosveglia si coricò tristemente su un fianco. Erano le undici. Che fossero di mattina, lo dedusse solo dalla luce che filtrava da fuori.

Sentiva di non avere più alcun punto di riferimento. Un passato cedevole e insidioso come le sabbie mobili di uno di quei posti che non aveva mai visto. Un futuro incerto. Senza lei.

L’assenza di Sara era l’unica certezza. Così certa che in nessun momento, da quando si era svegliato, aveva pensato di chiamarla, di cercarla.

Era solo in casa, solo con la gatta Melissa. La gatta di sua moglie che di solito lo guardava con affetto infinito e che ora gli lanciava occhiate colme di astio e lampi maligni.

Avvertiva una sensazione di distacco, non meglio definibile. Come una fredda lama che affonda in una carne inerte. Come a uccidere qualcosa di già morto. Sorprendentemente, la prospettiva che lei non fosse più lì non gli fece male. Né bene. Un assoluto silenzio dell’anima.

Poco dopo, quasi a compensare quel gelo, lo invase una piacevolissima sensazione di calore. Ancora quella schiena, ancora quel bacio umido e dannato, ancora quello scatenarsi di sensi.

E a quel punto qualcosa gli fu chiaro, una piccola grande conquista in quel marasma di nebbia. Non era stata una birra di troppo a scatenare le ire di Sara. No, non quella volta.

Spostò lo sguardo verso il muro bianco che aveva davanti e si apprestò a rivivere la scena in un flash back, così come si può guardare la sequenza un po’ spinta di un b-movie.

“E questo che cosa significa?” gli stava chiedendo lei.

Non capiva che cosa avesse in mano Sara, ma doveva essere il telefonino di lui, tuttavia distingueva benissimo i suoi occhi fiammeggianti. Era visibilmente fuori di sé.

“Che cosa vuoi dire?”, si ascoltò rispondere, in modo interlocutorio e incerto. E si sorprese, quasi, nel mormorare quelle parole, come uno stentato doppiatore.

“E’ un messaggio che hai mandato ieri: “ti voglio tutta per me, per sempre...””, Sara non aggiunse altro, se non uno sguardo sardonico.

“Ti posso spiegare...”, mormorò piano, con ancora impressa nella mente la scena, che andava svanendo dalla parete. Ma si sentì immediatamente ridicolo: non c’era nulla che si potesse spiegare. Nulla che non si fosse già dolorosamente spiegato da sé.

Ecco, quello era stato l’inizio. Della fine.

E lei se ne era andata. O no? Magari non aveva fatto in tempo, forse era successo qualcos’altro. Ma cosa?

Ancora quell’urgenza violenta di sapere. Fece un altro sforzo, devastante, per tirarsi dritto. Quanto aveva dato per scontata, fino a quel momento, la posizione eretta. E quanto, invece, ora la considerava un dono prezioso.

Raggiunse con fatica il bordo del letto, scostò il lenzuolo, fece strisciare lentamente le gambe, prima l’una e poi l’altra. E, piano piano, le calò a terra. Lo sforzo gli tolse tutte le energie e dovette combattere con forza il bisogno pressante di riposare. No, doveva farsi coraggio e...

Aaaahhh! Un urlo, lacerante. Ci mise un po’ a rendersi conto di essere stato lui a lanciarlo. Quindi il dolore, straziante, alla caviglia destra. Era avvenuto un curioso e inspiegabile ribaltamento sequenziale: sentì l’urlo, si rese conto di averlo lanciato, avvertì il dolore.

Abbassò lo sguardo e vide Melissa, la gattina di solito così paciosa, ostinatamente attaccata, con le unghie e con i denti, a brandelli della sua carne.

Scosse forte la gamba. Forte nelle intenzioni, debolmente nei risultati. Ma tanto bastò ad allontanare la gatta, che prese la via della cucina, lasciandosi dietro una scia di impronte appiccicose e mugolii risentiti.

Impronte appiccicose. L’osservazione gli galleggiò per qualche secondo inerte nella mente. Poi liberò tutto il suo devastante significato.

Si chinò un attimo, si protese verso quelle tracce, le sfiorò con un dito e ritirò il dito, sporco di sangue.

Ancora la luce sul muro, sul telone immaginario della sua proiezione privata.

Erano passati pochi istanti dalle ultime parole pronunciate. Ed era ancora Sara a parlare, il sorriso di scherno a illuminare il suo volto in modo sinistro.

“Ho violato la tua privacy, come tu hai violato la nostra promessa”, pronunciò piano la frase, compiaciuta del suo gioco di parole. Semplice, banale, anche un po’ ridicolo.

Lui, nel b-movie, rimaneva in silenzio e la guardava smarrito. Lei sembrava nutrirsi del suo smarrimento, da cui ricavava la forza per proseguire.

“L’ho chiamata, la tua amichetta. Era un po’ stupita che tu avessi una moglie, sai...”.

Questa scena gli irrigidì i muscoli del viso, ora tesi in una maschera di rabbia. Sentì le dita della mano destra stringersi con forza intorno a un lembo di lenzuolo.

Se l’avesse avuta lì, l’avrebbe uccisa.

Dio!!!

Un’illuminazione. Tragica.

Con la forza della disperazione si tirò in piedi. Instabile e indolenzito, si trascinò verso il bagno, appoggiandosi alle pareti. In bocca, un sapore di morte. Negli occhi, scene sempre più chiare. Il cuore che gli galoppava nel petto.

Arrivò alla porta del bagno. Chiusa. Appoggiò la mano alla maniglia, appoggiò lì tutto il suo dolore. E la sua disperazione. Inspirò a lungo, profondamente. Abbassò la maniglia e spalancò la porta. Una mano che stringeva un coltello. Quello l’ultimo ricordo, prima della visione.

Il bagno era in pieno caos: asciugamani per terra, oggetti fuori posto. E tracce di sangue –schizzi, orme, gocce – ovunque.

Nella vasca da bagno, seminascosto dalla schiuma, un cadavere.

Il suo.

Si guardò: non era più sulla porta, ma nella vasca. Era sempre stato lì.

Un soffio di corrente preannunciò l’arrivo di Melissa. La gatta entrò, circospetta, ed emise un suono chioccio, gutturale. Del tutto simile a una risata.

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